lunedì 25 novembre 2013

Preve e il Marx ripensato 

Preve

 ilsimplicissimus

Oggi non ho proprio voglia di occuparmi delle quotidiane miserie della politica e dell’attualità in bilico fra dramma delle persone e sberleffo dei media. Oggi ho voglia di pensieri un po’ più lunghi e la recentissima scomparsa di Costanzo Preve, definito da Repubblica, in un sobbalzo di analfabetismo renziano, l’ultimo dei pensatori marxisti, me ne fornisce l’occasione. Perché la sinistra e Marx sono stati l’oggetto di studio di una vita per  Preve, un filosofo semisconosciuto, non appartenente alle cosche universitarie, ai “pensatori a stipendio”, come li definì Schopenhauer, e soprattutto lo sono stati senza metterli in una veneranda teca da turibolare ad ogni costo, ma anche senza impegnarli in una gaia pseudo scienza consolatoria sull’inevitabile caduta del capitalismo.
Certo Preve è stato un pensatore scomodo, a volte enigmatico, difficile da condividere, specie nel sociologismo un po’ stravagante degli ultimi anni, con la tesi della caduta di senso della dualità destra – sinistra che naturalmente aveva ragioni più corpose rispetto ai pensierini con le aste degli io speriamo che me la cavo della politica italiota. Ma la cosa importante è che ha tentato di sottrarre Marx all’imbalsamazione del “comunismo storico novecentesco”, rivendicandone l’attualità e perciò stesso la fallibilità e la discutibilità.  Per questo è stato sempre un uomo contro, prima contro la dissennata deriva post moderna dell’intellettuali del Pci e sigle seguenti, poi contro i tentativi, altrettanto sterili delle varie rifondazioni basate esclusivamente su intenti politco – organizzativi.
E’ naturalmente molto difficile riassumere in poche righe cinquant’anni di riflessioni e di battaglie, ma proverò a dare un’idea di massima e a spiegare in che senso Preve può fornire una direzione a una sinistra incapace di stare in campo contro il capitalismo finanziario. Per lui il marxismo, anzi i vari marxismi sono stati fenomeni largamente indipendenti da Marx, una specie di evoluzione darwiniana sollecitata dalla classe operaia e soprattutto da quella seconda ondata della rivoluzione industriale che ebbe il suo epicentro nell’Europa continentale e soprattutto in Germania. E insomma se il marxismo è diventato una gigantesca forza storica lo è divenuto grazie alla sua devianza rispetto a Marx, grazie ai suoi tradimenti rispetto al pensiero marxiano, piuttosto che a una supposta fedeltà.
Si può essere d’accordo o meno su questa tesi che affonda nell’idea di Preve che il marxismo fosse una sorta di “teologia negativa” un rovesciamento del capitalismo utopico di Adam Smith, ma questo ci porta alla negazione del dogmatismo e all’obiettivo di una rifondazione antropologica del comunismo che del resto nasce da quello che è il nucleo del pensiero marxiano, ossia la centralità del Gemeinswesen, l’essenza  naturale umana (secondo Preve una trasformazione dell’Io fichitano e dello Spirito hegeliano) il quale non è altro che potenzialità storica e la cui alienazione diventa reale dentro ogni situazione di immobilismo sociale o di pensiero, dentro ogni forma di supposta natura umana immutabile. La vera natura umana, secondo Marx non è altro che possibilità. Per questo è molto difficile, secondo Preve, immaginare un determinismo storico e sociale sia in senso scientifico che palingenetico. Si ha invece un passaggio dalla potenzialità alla realtà, i cui passaggi sono però esposti alla prassi, agli eventi e anche al caso. Una visione sulla quale peraltro sarebbero d’accordo anche i genetisti e gli evoluzionisti.
E’ proprio questa essenza umana aperta che da una parte non garantisce una prevedibilità, ma dall’altra si oppone alle manipolazioni, al pensiero unico e a “qualunque situazione che gli vuole imporre come cosa irrigidita, immutabile e deificata, una situazione storica determinata (che sia lo stalinismo o la globalizzazione)”.
Per questa ragione, racchiusa nella gnosi origiiaria di Marx piuttosto che nel Capitale, che si può davvero sperare in un riscatto, nonostante i fallimenti delle previsioni, nonostante l’evidenza che le classi subalterne non siano riuscite a resistere alla sottomissione del lavoro al capitale, che la borghesia storica con la sua “coscienza infelice”, da Balzac a Thomas Mann,  consapevolmente critica del suo stesso dominio, sia scomparsa, che il capitalismo sia riuscito ad accreditarsi come unico ordine possibile, facendo leva sulle virtù del mercato e sull’ossessione consumistica imperniata sull’individualismo.S i può sperare nella forza di quello che Marx chiama in inglese “general intellect”, vale a dire il soggetto rivoluzionario per eccellenza, quel lavoratore collettivo che è molto più ampio della classe operaia.E’ forse in questo senso che Preve parlava di una perdita di senso di destra e sinistra nelle loro forme tradizionali e di un conflitto generale fra le forme della produzione capitalistica e il lavoro da riportare alla superficie e alla tensione nonostante gli schermi conoscitivi ed esistenziali con cui si cerca di esorcizzarlo.
Qualunque cosa se ne pensi quello di Preve è un invito a ripensare e rifondare le ragioni del comunismo, il suo stesso significato amplificandolo rispetto al semplice rovesciamento del capitalismo. Forse con la consapevolezza della necessità dell’utopia, ma senza l’utopia della necessità.