lunedì 2 dicembre 2013

Per l'amico Costanzo Preve. Un ricordo personale

di Luca Grecchi

Ho dovuto attendere un po’ di giorni, dopo la morte di Costanzo, prima di poter scrivere qualche parola.Troppi sono i ricordi che si affastellano, ma che quasi sfuggono. Lo avevo visto un mese prima che morisse, e chiamato una settimana prima; nulla lasciava presagire quanto accaduto in un tempo così rapido. Mi dicono che anche la sera precedente, pur sofferente, fosse abbastanza lucido.



In questi giorni ho potuto appurare,in rete e nei tanti messaggi pervenuti al sito di Petite Plaisance, la stima e l’affetto di cui godeva; anche tanti attestati di amicizia, sebbene per lui i veri amici – come soleva dire – si potevano contare sulle dita di una mano. Ho letto parole molto belle, e sintesi ottime della sua personalità filosofica, come quella prontamente composta dall’amico Diego Fusaro. Come molti sanno, è praticamente in stampa per Petite Plaisance un volume collettaneo, a cura di Giacomo Pezzano ed Alessandro Monchietto, con vari saggi sul suo pensiero, per il quale ho realizzato la postfazione (che ricostruisce, sul piano delle reciproche influenze teoriche, i dieci anni abbondanti del nostro rapporto). Ho inoltre realizzato una sintesi teorica del suo discorso nella introduzione ad uno dei suoi libri a mio avviso migliori, Lettera sull’umanesimo; ribadisco, tuttavia, che il discorso di Costanzo, per la sua ampiezza e la sua ricchezza, non si può sintetizzare, in quanto i suoi libri meritano di essere letti tutti dal primo all’ultimo, poiché in ciascuno diessi si impara qualcosa di nuovo.

In questa sede non voglio affrontare questioni teoriche, né stilizzare un medaglione filosofico. Per anni abbiamo affrontato decine di questioni nei nostri incontri, nelle telefonate, e in introduzioni, recensioni, postfazioni che reciprocamente ci siamo dedicati. Ora che non c’è più vorrei solo, in questa lettera che idealmente gli sto inviando – quasi per mostrargli che non sono andate perse, per me, nemmeno le piccole cose –, salvare qualche ricordo. Poiché inoltre, in vita, è stato circondato dalla fama di avere un brutto carattere – oltre che da altre sciocchezze infamanti, che non reputo nemmeno di commentare –, mi pongo qui anche lo scopo di restituire una verità biografica, ossia che Costanzo Preve è stato (almeno negli anni in cui io l’ho conosciuto) una persona buona. Del resto, la ricerca della verità, che non è mai disgiunta dalla ricerca del bene, è sempre stata il fine ultimo della sua vita: per questo siamo rimasti amici senza mai avere uno screzio – anche se spesso, sul piano teorico, ci siamo reciprocamente criticati. In questo senso, ma direi in molti sensi, Costanzo era come Socrate, contento se qualcuno lo “purificava” con la critica. Di quanti importanti docenti accademici, con cui pure sono in rapporto da anni, mi piacerebbe poterdire la stessa cosa…

Lascio spazio ai ricordi. Tralascio la storia del nostro incontro e della nostra prima conoscenza, che ho esposto già nella introduzione e nella postfazione sopra citate. Vado a ruota libera,ma dico subito che il ricordo più bello è quello dei nostri incontri ad Alessandria, stazione di mezzo fra Torino e casa mia, in cui per anni ci siamo ritrovati io, lui ed Alessandro Monchietto (l’amico da Costanzo più amato). Questi incontri si sono col tempo un po’ diradati per le varie vicissitudini di salutedi Costanzo, tanto che la “sede” si è poi trasferita a Torino, a casa sua o nel “solito bar” – come dicevamo –, quello in cui sono girati alcuni dei suoi video con Fusaro. Ogni volta che ci si trovava era comunque una festa; capivamo bene perché il termine theoria, in greco, significava anche “festa”…

Mantenevamo sempre le stesse abitudini. Costanzo diceva scherzosamente che eravamo “tradizionalisti”, anzi “conservatori”. Stesso orario, stessa pasticceria fino alle 12, poi stessa pizzeria fino alle 14,30, quando io riprendevo il treno per tornare, e loro l’auto in direzione opposta. Ogni volta, appena arrivato, Costanzo ancor prima di salutarmi estraeva dalla borsa le cose che aveva scritto nei mesi precedenti (quelle che non mi aveva ancora spedito per posta), richiedendo il mio commento rigorosamente nei giorni successivi; poche persone avevano questo privilegio di avere le sue anteprime, scritte con la famosa macchina da scrivere con correzioni a mano, e per me era un piacere adempiere al compito. Altre volte era un libro già edito che ci donavamo, sempre con affettuose dediche reciproche.

Costanzo soffriva di diabete, e ci spiaceva prendere la brioche insieme al caffè, ma lui diceva che era tale la gioia di stare con noi, che la rinuncia non gli pesava; in quei giorni comunque, a pranzo, sgarrava un po’, ma non avevamo il coraggio di rimproverarlo. Tendenzialmente Costanzo occupava, in quelle ore, il centro della scena, e sia io che Alessandro rimanevamo spesso ad ascoltarlo (a meno che si discutesse di un mio libro, allora il dialogo si faceva più serrato); non ci dispiaceva affatto, anzi: ho imparato più in quelle ore di ascolto, che dalla lettura di decine di libri dottissimi.

Costanzo era anche, su alcune cose,un po’ ripetitivo. Uno dei suoi leit motiv – quando lo iniziava io ed Alessandro ci guardavamo, sapendo che lo sfogo di un quarto d’ora gli era necessario – era il racconto del fatto, avvenuto molti anni prima, della rottura (per lui dolorosissima) con Massimo Bontempelli ed il vecchio gruppo di Koinè, che fra le riviste ha sempre sentito come la sua “casa”. Citava spesso, arrabbiandosi, anche una rispostaccia che mi diede in una lettera Severino, sebbene ogni volta sbagliasse l’espressione da lui usata, ed io lo correggevo. Ma non portava assolutamente rancore. Sarebbe stato pronto a riallacciare rapporti con chiunque, anche con chi lo aveva offeso ed umiliato, se avesse ritenuto quei rapporti ancora filosoficamente fruttuosi.

Il fascino della persona di Costanzo derivava, oltre che ovviamente dalla ampiezza della sua cultura filosofica (sempre concreta), soprattutto dal suo rigore morale. Era assolutamente incapace di mentire, ma soprattutto attribuiva ai suoi gesti ed alle sue parole una grande consapevolezza; se faceva un complimento, lo faceva in modo meditato,così come se faceva una critica. Con noi giovani, poi, aveva uno squisito atteggiamento di “cura educativa”; anche quando doveva criticarci, lo faceva sempre in modo rispettoso, senza ferire, sempre trattandoci alla pari (anche ses u molti temi le sue competenze, e la forza del suo pensiero, ci sovrastavano). Tra noi, infatti, non contava chi aveva ragione, ma il raggiungimento della verità; non contava chi fosse “il più bravo”, perché la filosofia è una attività comunitaria, in cui “si vince” solo insieme, ossia quando si giunge ad un accordo veritativo dopo avere bene indagato (o si mantiene il disaccordo, ma avendo chiari i termini del contendere).

Un altro degli aneddoti che ricordo è quello della sua amicizia con Norberto Bobbio. Pare che una volta, proprio a casa di Bobbio, per elogiare il talento previano, l’anziano professore gli disse: “Costanzo, Costanzo, ma è una cosa incredibile che tu sia fuori dall'università!”: E lui – con quella ironia che a volte mi faceva venire le lacrime agli occhi dalle risate – ci confessò di aver pensato: “E allora fai qualcosa, con quel nasone!” (ma a Bobbio era molto affezionato, e ne parlava sempre con rispetto).

Il tema della università, ossia di non avere mai fatto parte di quel mondo, non lo tormentava. E’ sempre stato contento di avere fatto il professore di Liceo, che – come diceva semprescherzosamente – “è pur sempre meglio che lavorare”. Gli dispiaceva per noi giovani, i suoi amici, se non ne facevamo parte. Ricordo che l’unica volta che mi presentai ad un concorso di dottorato, a Padova, senza passare nemmeno lo scritto, pianse per quella che riteneva una ingiustizia, “perché tanti leccaculo che non valgono niente sono dentro, e tu sei fuori!”. Fortunatamente,ho fatto in tempo a dirgli di avere iniziato a collaborare con la cattedra di Storia della filosofia della facoltà di Psicologia dell'Università Statale Bicocca di Milano, notizia che Costanzo aveva accolto con enorme entusiasmo, perché – soprattutto negli ultimi anni – quando a qualcuno di noi accadeva qualcosa di bello, era felice come e più che se la cosa fosse accaduta a lui. Non era un “padre” nei nostri confronti, ma un “fratello maggiore”, che ci voleva bene e che cercava, pur lasciandoci liberi, di evitarci errori.

Fino al 2011 Costanzo ha scritto molto, moltissimo, oltre cinquanta libri ed un numero enorme di articoli; fino ad un paio di anni fa ciò che gli stava più a cuore era che tutti i suoi inediti fossero pubblicati. Negli ultimi tempi, però, non lo diceva quasi più, in quanto sapeva che i tenutari di questi inediti – io ed Alessandro Monchietto (anche se non escludo che qualcosa sia tuttora in mano ad altre persone, perché per Costanzo non esisteva un copyright delle idee filosofiche: accettava anche, quasi senza arrabbiarsi, che altri utilizzassero le sue idee senza adeguatamente citarlo) –, in caso di sua morte, avrebbero mantenuto la promessa di pubblicare tutto ciò che mancava; di noi si fidava ciecamente, e sapeva per questo di poter stare tranquillo.

Qualcuno ha criticato Costanzo per aver scritto troppo, anche su riviste o case editrici cosiddette “di destra” (le polemiche da ciò suscitate hanno portato ad un indebito “schiacciamento” politico della sua posizione filosofica, che emerge anche in questi ricordi in internet). Tante volte ne abbiamo parlato, ma su questa cosa non accettava consigli; diceva anzi: “il saggio è bello o no? E allora: meglio che sia uscito su questa carta considerata impura, o se fosse rimasto nel cassetto?”. Tante volte io ed Alessandro – ma non solo – gli abbiamo sconsigliato alcune uscite su temi politici controversi, ma lui riteneva che una argomentazione, se aveva il suo valore, andava esposta comunque, anche andando incontro alle critiche del politically correct “di sinistra”; solo esponendola, infatti, essa avrebbe contribuito al dialogo, e pertanto alla verità.

Gli incontri con Costanzo erano sempre caratterizzati da progetti.  Negli ultimi anni si interessava soprattutto ai nostri, in quanto dopo il 2008, con la scrittura della sua Una nuova storia alternativa della filosofia,uscita poi nel 2013, era consapevole di avere esposto il coronamento di cinquanta anni di studi, un testo destinato a rimanere nel tempo. Quando, telefonicamente, lo sentivo giù – e negli ultimi tempi talvolta capitava –, gli dicevo sempre: “Costanzo, ricordati di quello che hai fatto, che ciò che hai scritto ha un valore enorme, che hai realizzato qualcosa di straordinariamente utile per tutti”. Quando sento docenti che non valgono un unghia di Costanzo rivolgere critiche – senza, ovviamente, mai argomentarle – a questo libro, mi limito a sorridere. 

La consapevolezza che la sua vita aveva avuto un senso ed un valore importanti, lo ha accompagnato negli ultimi anni; con noi lo diceva: “Sono contento della mia vita, ho fatto quello che volevo: scrivere di filosofia, diventare un filosofo”. La sua ultima intervista, rilasciata nella sua casa di Torino circa un mese prima della sua morte, uscirà a gennaio 2014 nel prossimo numero di Koinè, che sarà intitolato appunto Senso e valore della filosofia; la rivista ospiterà anche quello che, almeno a mia conoscenza, è stato il suo ultimo scritto, ovvero una lunga recensione di 15 pagine al libro, da me composto con Carmine Fiorillo, intitolato Il necessario fondamento umanistico del“comunismo”.

Negli ultimi due anni, più degli incontri – a causa della distanza geografica che ci divideva – erano frequenti le telefonate. Alcuni amici mi dicevano spesso di averlo sentito piangere al telefono, per la depressione di cui soffriva, acuita dai vari problemi di salute. Con me non è mai capitato. Si faceva forza, ma non perché sentiva una qualche forma di “soggezione” nei miei confronti (tra i giovani amici ero comunque “il più vecchio”), bensì – penso – per una forma di cura nei miei confronti, come se non volesse farmi preoccupare, quasi per lasciarmi scrivere più tranquillo. Per Costanzo era infatti importante soprattutto quello che rimaneva da fare, da scrivere; non rileggeva mai i suoi libri, bensì pensava sempre al libro successivo, di cui io ed Alessandro Monchietto eravamo pressoché sempre,negli ultimi 6-7 anni, i primi lettori.

Mi congedo allora con il ricordo non della nostra ultima telefonata, ma della penultima. Ci eravamo visti due giorni prima. Ricordo esattamente le sue parole conclusive. Mi disse: “Luca, ricordati sempre che io ti voglio davvero bene”. Ed io, un po’ imbarazzato, per una certa difficoltà ad esprimere i sentimenti che da sempre mi caratterizza: “Sai che vale anche per me”. E lui di nuovo: “No, forse non hai capito. Devi ricordarti che io ti voglio davvero bene”. Ed io ancora: “Ti ringrazio Costanzo, lo sai…”.E lui, un’ultima volta: “No no, io voglio essere sicuro che hai capito che ti voglio davvero bene”. Ed io, allora, l’ho rassicurato, questa volta un po’ commosso.

Caro Costanzo, voglio salutarti così, con una delle tante cose che ho imparato da te. Mi ricordo quando mi hai detto che i Greci, quando devono salutare un amico che non vedranno per un po’ di tempo, non stanno ad esprimere lungamente i propri sentimenti, ma usano queste parole: “le cose note…”. Permettimi allora, come i nostri amati Greci, di salutarti così, con queste tre parole; quelle cose note che non potremo più dirci, ma che, come sai, conoscevamo bene.